"La vita sotto il turbante" dal carcere un progetto per sostenere le donne malate di cancro - Valore Responsabile

Ultimo aggiornamento il 18 febbraio 2020 alle 11:18

“La vita sotto il turbante” dal carcere un progetto per sostenere le donne malate di cancro

"Con questo progetto abbiamo voluto dimostrare che da due segni negativi - la malattia e la reclusione - può nascere un segno positivo”

Lunghe strisce di tessuto colorato – originali, festose, bellissime – stanno unendo le detenute di un carcere alle pazienti di un ospedale oncologico. Vengono fatte a mano, tagliate e cucite a San Vittore – carcere di Milano – da chi attraverso questo lavoro di sartoria si sente utile, importante, in qualche modo libera. Vengono indossate a mo’ di turbante dalle pazienti dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (ma da lì, scavallati presto i confini ospedalieri, sono proposte oggi per tutte le donne, anche quelle non in cura), che con quelle strisce avvolte sul capo si sentono più belle, più sicure, più forti, in qualche modo, anche loro, più libere. “Con questo progetto, che si chiama “La vita sotto il turbante”, abbiamo voluto dimostrare che da due segni negativi – la malattia e la reclusione – può nascere un segno positivo”, racconta Francesca Brunati, redattrice dell’Ansa, a cui un tumore ha dato la forza di essere tra le anime dell’associazione di volontariato Go5, sigla che sta per Ginecologia Oncologica 5° Piano, luogo dell’Istituto dei Tumori dove l’associazione è sbocciata e da dove si è poi propagata.

I turbanti sono il frutto della collaborazione tra le volontarie di Go5 e le donne della Cooperativa Alice che con “Sartoria SanVittore” vuole reinserire le donne detenute nel mondo del lavoro. “Il nostro è un progetto di solidarietà femminile e di integrazione sociale”, torna a raccontare Francesca. “Credo che, realizzando questi bellissimi turbanti, chi è privata della libertà possa sentirsi più integrata, dentro il mondo. Siamo la dimostrazione che donne che soffrono, per ragioni diverse, insieme possono fare cose grandi”.

 

A supportare il progetto è anche la celebre giornalista e autrice televisiva Sabrina Scampini, colpita da un tumore, nel 2017.  “Per sei mesi ho fatto la chemioterapia”, racconta. “Vedere i capelli che giorno dopo giorno scomparivano, che scivolavano via insieme all’acqua della doccia è stato traumatico. Mi guardavo allo specchio e vedevo con dolore e sgomento una me che tutti i giorni cambiava volto… Cercavo soluzioni ovunque, per coprire la testa, per abbellirmi il volto, ma non trovavo nulla che mi appartenesse. Fino a che ho incrociato questo turbanti: indossarli mi ha sempre dato una forza incredibile e, notavo, la dava anche a chi mi stava accanto. Questo è un progetto splendido perché, oltre a risolvere un problema che è anche pratico, nasce da una comunione di sofferenze e di intenzioni”.

 

L’intera linea di turbanti realizzata dentro il carcere di San Vittore, che propone una ricca gamma di colori e fantasie, è disegnata da Rosita Onofri e tutti gli utili sono devoluti all’Associazione Go5, che affianca le donne in cura e le loro famiglie con molteplici attività, oltre a supportare la ricerca scientifica (la collezione è in vendita a Milano, al Consorzio viale dei Mille, ang. piazzale Dateo, e presso lo spazio La Bottega delle Associazioni, in via F. Confalonieri 3).

Josephine, sui trent’anni, corpo da gazzella e aria fiera, è tra le detenute a San Vittore che hanno nutrito “La vita sotto il turbante”. Cercando lo sguardo dell’educatrice che la accompagna, racconta di sé intrecciando le sofferenze di chi è malata e di chi è reclusa. “Per malattia ho perso mia suocera, che per me era come una madre, e il vuoto che ha lasciato mi ha chiamato verso il progetto. Ci inorgoglisce, tutte quante, dare sollievo con un turbante colorato a donne che, come noi, soffrono, ci fa sentire parte della società, direi dell’umanità, ci sottrae ala sensazione di essere persone a parte, diverse, escluse. Un peso. Peso è la parola che ci rappresenta. Per quanto, noi che siamo in carcere abbiamo sbagliato, loro no, loro soffrono un dolore ingiusto. La cosa migliore che possiamo fare, allora, è mettere a loro disposizione quello che in carcere, nei laboratori, impariamo a fare: sì, lavorare per dare un mano a qualcuno, così come per costruire il nostro futuro fuori dal carcere, è per noi una risorsa straordinaria”.

E se la solidarietà abbatte i muri, quelli che siamo abituati a riconoscere come tali – il muro fisico di un carcere, anzitutto -, fa scorgere muri immateriali e molto spesso non percepiti. “Noi dobbiamo abbattere anche i muri tra la malattia e la salute”, aggiunge Daniela Risina, vicepresidente di Go5, mettendo in luce la distanza che spesso separa chi è malato da chi non lo è. “L’unica possibilità è avere cura della nostra vita e delle vite degli altri, nella consapevolezza che non esiste chi non ha problemi: anzi, proprio quando siamo vicini alla malattia dell’altro ci prepariamo a un’esperienza che un giorno potrebbe essere anche nostra. Il progetto collettivo dei turbanti  è forte anche per questo”.

Se volete sostenere l’attività di Go5, sul sito trovate più opzioni

 

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