Rio Terà dei Pensieri, tre laboratori per rinascere dopo il carcere - Valore Responsabile
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Ultimo aggiornamento il 28 novembre 2019 alle 11:25

Rio Terà dei Pensieri, tre laboratori per rinascere dopo il carcere

A Venezia c'è una Cooperativa che si occupa di reinserire lavorativamente persone in esecuzione penale, puntando sulla loro formazione e il loro impiego in attività produttive di carattere artigianale. La sua storia raccontata dalla presidente Liri Longo

Le storie di Mario, di Clelia, di Emanuele sono fino a un certo punto storie di una discesa negli abissi del crimine e sono solo fino a un certo punto storie di perdizione. Già, fino a un certo punto: il punto in questione è quello in cui un destino di degrado morale e di isolamento che sembrava ormai segnato per sempre tocca, invece, un miracoloso punto di svolta.

E da quel punto comincia la risalita, e si apre la rinascita. Mario, Clelia, Emanuele (nomi di fantasia per storie assolutamente reali) sono solo tre dei tanti detenuti che hanno avuto la possibilità di rinascere grazie ai progetti della Cooperativa Sociale Rio Terà dei Pensieri, che a Venezia si occupa di reinserire lavorativamente persone in esecuzione penale, puntando sulla loro formazione e il loro impiego in attività produttive di carattere artigianale.

«Operiamo nella Casa Circondariale maschile Santa Maria Maggiore e nella Casa di Reclusione per donne della Giudecca, ma anche all’esterno, con detenuti che accedono alle misure alternative alla detenzione», dice Liri Longo, antropologa che presiede la Cooperativa, una trentina di soci, la gran parte dei quali sono i detenuti stessi.  «La nostra cooperativa ha deciso di puntare sul lavoro come opportunità di riscatto, crescita e reinserimento nella società in quanto il lavoro ha una riconosciuta capacità educativa e trasformativa: il detenuto che lavora impara il rispetto delle regole, imparando che proprio il rispetto delle regole sociali – che lui in passato ha infranto – è il presupposto per la propria realizzazione individuale. Il detenuto che lavora apprende, poi, a incanalare gli sforzi verso degli obiettivi e a operare in sinergia con il gruppo;  si educa a esprimersi attraverso il lavoro e a riempire di significato il tempo, che altrimenti in carcere è uno scorrere vuoto che inchioda alla solitudine e ai retaggi del passato. Il detenuto che lavora, poi, percependo uno stipendio può contribuire alle sue spese di mantenimento in carcere, così come a quelle della sua famiglia, quando rimane il legame con una famiglia, e può accantonare del denaro per costruire la prospettiva di una nuova vita, una volta fuori dal carcere. In particolare, poi», aggiunge la dottoressa Longo, «noi abbiamo deciso di puntare sul lavoro artigianale perché consente alle persone di mettersi in gioco in un processo creativo e non, invece, meramente esecutivo, un processo che permette di seguire l’intero ciclo di lavorazione sino alla realizzazione finale del manufatto, interfacciandosi sempre con il resto della squadra».

I laboratori artigianali

Sono tre i laboratori artigianali a cui la cooperativa ha dato vita: c’è l’ex pelletteria ora convertita in laboratorio ecosostenibile che utilizza i banner in PVC delle affissioni pubblicitarie per realizzare borse e accessori unici, cui  peraltro è stato dato ironicamente il nome Malefatte. C’è il Laboratorio di serigrafia, che produce stampe su tessuto con cui è possibile personalizzare capi d’abbigliamento, accessori e gadget: tenendo fede ai principi di eticità ed ecosostenibilità, il laboratorio usa materie prime del circuito del Commercio Equo e Solidale e i colori sono tutti a base di acqua e privi di solvente. E c’è il Laboratorio di Cosmetica, nel quale le detenute della Giudecca coinvolte creano linee cosmetiche uniche perché sono frutto di formulazioni originali ottenute sotto la supervisione di un chimico, oltre che naturali o biologiche, che spaziano da creme a gel doccia, da deodoranti a prodotti per bambini. «I detenuti e le detenute interessati a queste attività vengono prima coinvolti nella fase di formazione, quindi in un periodo di tirocinio che può durare dai due ai quattro mesi. Al termine vengono assunti con un regolare contratto, diventando a tutti gli effetti colleghi di noi operatori», spiega Liri Longo.

«Sempre nel Carcere della Giudecca, insieme agli operatori della Cooperativa le detenute lavorano all’Orto delle Meraviglie, un orto con certificazione biologica in cui si producono decine di tipologie di ortaggi, frutti ed erbe aromatiche, queste ultime impiegate anche nella produzione dei cosmetici del laboratorio: una volta alla settimana, poi, le detenute a cui è concesso di farlo partecipano alla vendita dei prodotti stessi in uno spazio fuori dal carcere».  Chi volesse acquistare i prodotti della cooperativa li trova sull’ecommerce malefattevenezia.it o, direttamente a Venezia, nello store Process Collettivo in Fondamenta dei Frari, San Polo 2559/A (i proventi verranno usati per sostenere i progetti di inserimento lavorativo in carcere): lo store è stato voluto e sponsorizzato dall’artista americano Mark Bradford, che ha rappresentato gli Usa alla 57esima Biennale di Venezia, per far conoscere e vendere le creazioni del carcere e perché sia punto di riferimento per gli ex detenuti impegnati nella ricostruzione di una nuova vita.

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