Dal nuoto alla scherma. Il settembre d’oro degli atleti azzurri - Valore Responsabile
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Ultimo aggiornamento il 1 ottobre 2019 alle 9:23

Dal nuoto alla scherma. Il settembre d’oro degli atleti azzurri

Settembre è stato un mese straordinario per gli atleti paralimpici italiani. Dai mondiali di nuoto a Londra a quelli di scherma in Corea. Protagonisti, tra gli altri, Federico Morlacchi e Bebe Vio

È stato un settembre eccezionale per lo sport italiano e con tante sorprese, come la vittoria di Federico e Simone.

 

Federico alle finali dei mondiali e paralimpiadi di nuoto è abituato, tanto da essere considerato un veterano a soli 26 anni: ma arrivare primo con lo stesso identico tempo di Simone, compagno di allenamento e amico, era difficile persino a volerlo immaginare. Invece è successo anche questo a Londra durante i Mondiali di categoria.

 

Mentre nella capitale inglese accadeva l’impensabile, a Cheongju, in Corea del Sud, si accendeva un’altra stella italiana, questa volta nella scherma. Bebe Vio, campionissima azzurra con all’attivo un lungo curriculum di vittorie, conquistava l’oro nei mondiali di fioretto e chiudeva un settembre eccezionale per il nostro paese. Battendo la cinese Xiao Rong, a ventidue anni la veneta ha conquistato il terzo oro iridato: inserendosi di diritto nella scia dei fenomeni della scherma tricolore, con tutto il tempo per raggiungere mostri sacri come il mito Valentina Vezzali.

Ma procediamo con ordine.

Il medagliere dei Mondiali

A Londra i ragazzi azzurri del nuoto hanno raggiunto risultati davvero eccezionali: in totale il medagliere azzurro ai Mondiali di Londra conta 20 ori, 18 argenti e 12 bronzi. Siamo, ancora una volta, sul tetto del mondo. Alla vigilia di questo appuntamento, la squadra di nuoto paralimpico italiano aveva ben chiari gli obiettivi da raggiungere. L’asticella da superare era quella dei 38 podi ottenuti nel 2017 ai Mondiali di Città del Messico, quando l’Italia arrivò terza nel medagliere dietro a Cina e Stati Uniti. L’impresa è riuscita.

 

Ripercorrendo alcuni dei successi ottenuti in questi giorni, la prima medaglia d’oro è stata quella di Efrem Morelli, nuotatore cremonese che ha vinto la finale dei 100 rana, registrando anche un nuovo record del mondo. Nel medagliere tricolore anche Carlotta Gilli, torinese, che ha vinto nei 50 metri stile nella categoria degli atleti affetti da difficoltà visive. Nei 100 metri stile libero Francesco Bocciardo ha invece battuto il campione brasiliano Daniel Dias. E ancora c’è l’oro di Simone Barlaam, che si è imposto nella finale dei 50 stile libero con un tempo di 24 secondi. Simon è stato anche protagonista della vittoria condivisa nella farfalla con Federico Morlacchi, e della staffetta 4×100 Stile Libero che ha portato all’Italia l’ultimo oro. Nell’ordine la staffetta era formata da Stefano Raimondi, Antonio Fantin, Federico Morlacchi e Simone Barlaam.

 

Il nuoto paralimpico italiano diventa così campione del mondo superando i padroni di casa della Gran Bretagna. Il risultato storico dei mondiali di Londra porta la firma di Riccardo Vernole, il CT del team italiano, e di Roberto Valori, il presidente della Federazione Italiana Nuoto Paralimpico. Di tutte le avventure che sono dietro le gare ce n’è una, però, che spicca per l’amicizia che lega i due protagonisti.

I due ragazzi terribili che si allenano (e vincono) insieme

Londra, finale dei 100m farfalla S9. Quelle cifre, 1’00″36, i due ragazzi terribili del nuoto azzurro le porteranno per sempre scolpite nella memoria. Stesso tempo, stesso istante: mai successo prima, probabilmente, nella storia della disciplina. I giudici dicono che la medaglia si deve dividere. Altri se la sarebbero mangiata. Non loro, che si allenano tutti i giorni uno a fianco all’altro: macinando chilometri e bracciate nelle piscine della Polha Varese. Assieme, sono il presente e futuro del nuoto paralimpico. Un’amicizia capace di portare l’Italia in cima alla classifica della competizione d’Oltremanica, con un totale di 50 medaglie nel carniere. Un record.

 

A Fede, campionissimo del nuoto paralimpico, il comune natale di Luino ha persino dedicato uno striscione. “Grazie” recita il telo azzurro e bianco, i colori della federazione che lo ha supportato fino alla capitale britannica. L’ultima tappa di un percorso denso di soddisfazioni cominciato nel 2003. Morlacchi è più grande. Nato con una ipoplasia congenita al femore sinistro, ha cominciato ad appassionarsi al nuoto a 10 anni: una carriera che lo ha portato a vincere sette medaglie paralimpiche (una d’oro) e a laurearsi quattro volte campione mondiale.

 

Anche Barlaam, che ha solo 19 anni, ha un’ipoplasia al femore, e una biografia da predestinato. Durante una delle dodici operazioni chirurgiche per tentare di sistemare l’arto contrae una osteomielite. Unico sport consentito, il nuoto. Ci mettono poco a capire che il ragazzo ha talento. Il resto lo raccontano le cronache. Federico e Simone. Due storie di riscatto, due esempi di come, di fronte alle sfide della vita, ci sia sempre l’opzione di non abbattersi. Disciplina, volontà, abnegazione. Ma anche una rete di supporto che li ha saputi valorizzare, spronandoli a dare il meglio.

Bebe Vio: per la terza volta sul tetto del mondo

Dall’altra parte del globo, in Corea del Sud, Bebe Vio non è stata da meno. Campionessa del mondo per la terza volta, dopo gli ori iridati di Eger 2015 e Roma 2017. Uno schiacciasassi. Dopo la fase a gironi, l’azzurra ha asfaltato come al solito le avversarie, prima agli ottavi (15-3 all’ungherese Gyongyi Dani), poi ai quarti (15-4 contro la russa Viktoria Boykova). Più combattuta la semifinale, dove se l’è vista con la russa Ludmila Vasileva (15-8). La finale con la cinese Xiao Rong è stata un trionfo: 15-5 e a casa. Confermarsi, racconta, non è facile. “Passano gli anni, cambiano le avversarie ed è sempre più difficile, e per questo anche più divertente – ha detto, con la medaglia d’oro al collo – Io sto lavorando per cambiare e migliorare la mia scherma ed i risultati dicono che stiamo facendo un buon lavoro”.

 

Fonte: Wikipedia

Il dolore, il sacrificio, la voglia di non lasciarsi andare. A undici anni Beatrice (questo il suo vero nome) si ammala di meningite fulminante. Contrae un’infezione, e si rende necessaria l’amputazione di avambracci e gambe. Ma la passione per il fioretto, che praticava dall’età di cinque anni rimane: in meno di dodici mesi Bebe torna in pedana con una protesi particolare. I medici non ci credevano, “ma io l’ho sempre saputo”.

 

Una campionessa anche nell’accettare la disabilità. Non è stato facile, inutile nasconderlo, anche se il peggio sembra alle spalle: “Adesso dico che è tutto bello, però so cosa si passa. Io ho avuto la fortuna di esserci, però il 97% delle persone di meningite muore. Di quel 3% che ci sono, molti sono depressi o chiusi in casa. Io sono la minima, minima parte di chi è riuscito a reagire”. Oggi gira le scuole per diffondere la cultura della prevenzione: contro la meningite ci si può vaccinare, è importante saperlo e credere nella scienza. Con lei, la famiglia, che si è stretta accanto alla figlia in questi anni densi di fatica e soddisfazioni. Perché da soli il traguardo è troppo lontano. Anche per i fuoriclasse.

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