Linguaggio e disabilità. Un glossario che ci aiuta a orientarci tra le parole - Valore Responsabile
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Ultimo aggiornamento il 14 novembre 2020 alle 17:55

Linguaggio e disabilità. Un glossario che ci aiuta a orientarci tra le parole

Usare un linguaggio corretto e rispettoso di ogni tipo di condizione è fondamentale sempre, ma ancora di più quando si comunica su le cosiddette “categorie deboli” o “fragili”. Parte oggi una rubrica su Valore Responsabile in cui andremo a tracciare un glossario utile a esprimerci nel modo migliore quando si parla di disabilità. Prima regola: la persona è sempre al primo posto. La sua condizione viene dopo

Il linguaggio, i termini, le parole che usiamo sono fondamentali per capire il livello di civiltà della società. Da come consideriamo questi aspetti derivano anche i nostri comportamenti. Il linguaggio cambia la cultura, la cultura influenza il linguaggio. Sembra un gioco di parole, ma non lo è. Entrambe sono strettamente legate.

Le riflessioni su comunicazione, linguaggio e comportamenti sono allora importanti per migliorare il rapporto che si ha in particolare con persone e gruppi che possono vivere discriminazioni sociali e personali in modo che queste vengano eliminate. Usare un linguaggio corretto e rispettoso di ogni tipo di condizione è fondamentale sempre, ma ancora di più quando si comunica appunto su le cosiddette “categorie deboli” o “fragili” (termini non precisi e anche questi discriminatori, ma che aiutano nella comprensione) che comprendono tutte le persone, i gruppi, le categorie a rischio discriminazione.

Un glossario che ci aiuta a orientarci tra le parole

Se ci pensate sono molte. Probabilmente ognuno di noi fa parte di qualcuna. Ecco perché questi concetti non riguardano soltanto “altro da noi”. Deve accadere sempre, dunque anche per quanto riguarda la disabilità e tutto ciò che è attorno a essa. Su questa ci soffermeremo in particolare in queste riflessioni, che non si esauriscono naturalmente negli articoli che pubblicheremo su questo tema, ma possono e devono continuano in nuove riflessioni, che partano da queste e sappiano modificarle in meglio. Per fortuna il linguaggio è in continua evoluzione. Cercheremo di dare una serie di indicazioni, precedute da brevi considerazioni per comprendere meglio come queste nascano e i motivi che hanno portato ad alcune scelte, privilegiandole rispetto ad altre, con anche alcuni aspetti legati alla storia, in modo da arrivare poi a una serie di glossari che possano aiutare a scegliere i termini più corretti da utilizzare e quelli che dovremmo eliminare. Un percorso che vogliamo cominciare affrontando proprio  il tema della comunicazione sulla disabilità, anche in vista del grande appuntamento non solo sportivo che sono i Giochi Paralimpici di Tokyo. Anche perché lo sport, come vedremo, è stato parte fondamentale in questi cambiamenti che partono dal linguaggio per arrivare alla cultura e al miglioramento della società.

Ci sono regole?

Come sempre quando si affronta il tema del linguaggio antidiscriminatorio, non esistono regole particolari, ma indicazioni  che possono mutare nel tempo. Sono comunque fondamentali e da tenere presenti quando dalla teoria si scende nella pratica quotidiana. Quella però che poi è importante ricordare è: agisci in modo naturale. Sarà chi ha una disabilità a indicare se è a disagio o ha bisogno di aiuto, altrimenti senza farti problemi goditi compagnia e conversazione. E’ giusto però partire da considerazioni e indicazioni che valgono sempre e attraverso le quali saremo in grado di comprendere quali siano le parole più corrette e rispettose di ogni condizione da utilizzare.

 

  • La persona è sempre al primo posto. La sua condizione, se necessario indicarla, poi.
  • Non sostantivizzare gli aggettivi. Si rischia di indicare una persona soltanto per quella sua condizione. Si confonde una parte con il tutto. Chiaramente non è così. Banale da esemplificare: una persona cieca e non un cieco/a.
  • Modificare il discorso quando si parla insieme a una persona con disabilità o questa è presente sarebbe discriminatorio. E’ importante agire normalmente, senza essere imbarazzati se capita di utilizzare espressioni di uso comune (come, appunto, “Hai visto?” a chi è cieco o “facciamo una corsa, siamo in ritardo” a chi usa una carrozzina). Nessuno, con disabilità o no, vuole essere visto con pietà, compassione, carità. Dire a una persona cieca: “Ci vediamo dopo?” oppure a una in carrozzina: “Fai un salto qui” è corretto, anzi, si è invitati a farlo.
  • Le parole o il modo di comunicare che vengono utilizzate all’interno dei gruppi a rischio stigma o dalle persone che ne fanno parte non sono corrette a prescindere, solo e unicamente perché in quei gruppi e da persone che ne fanno parte sono usate. Anche qui un gioco di parole per aiutare nella scelta dei termini e capire come agire: il discriminante è la discriminazione. Se un termine può discriminare, non importa chi lo utilizzi, non va usato.

La disabilità è un concetto che varia nello spazio e nel tempo, dato dall’ambiente e non dalla condizione. Un concetto che approfondiremo, naturalmente. Quello che è fondamentale è arrivare a eliminare quel prefisso “dis” e cercare di entrare in una nuova fase culturale e sociale, che metta in luce le abilità e la diversità per valorizzare l’individuo sapendone enfatizzare le caratteristiche personali in modo che ogni persona, in qualsiasi condizione, diventi risorsa per la comunità. (1 continua…)

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