Mappa Celeste il progetto che ci orienta sul buono che c'è - Valore Responsabile
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Ultimo aggiornamento il 28 ottobre 2020 alle 12:13

Mappa Celeste il progetto che ci orienta sul buono che c’è

Alessandro Rosina, demografo e docente universitario, insieme a colleghi universitari e professionisti, hanno fondato Mappa Celeste per fare rete con le organizzazioni che, dal basso fanno innovazione sociale, inclusione, impatto positivo sulle comunità

Si chiama Mappa Celeste e nelle parole di chi l’ha fondata – il docente universitario di Demografia e Statistica Sociale, nonché scrittore Alessandro Rosina – vuole essere il luogo dove “ciascuno di noi è una stella che si impegna per rimanere accesa e fare costellazione,  dunque segnare la rotta a un Paese che vuole rigenerarsi”, dice in uno dei tanti video con cui aggiorna il progetto. Nella lettura di un uomo avvezzo a divulgare il Paese che c’è e che ci sarà, si ritrova una diffusa domanda di futuro – “una domanda di futuro desiderabile”, la definisce il professore  -, ma anche una diffusa incertezza su quali siano le scelte per generarlo per davvero.

È proprio per farlo nascere, questo futuro,  che a ogni solstizio ed equinozio Mappa Celeste lancia una maratona notturna online, aperta a tutti, in cui chiunque stia agendo concretamente su un territorio con progetti significativi, inclusivi, rigenerativi è invitato a parlarne e a raccontare cosa serve perché nell’Italia di domani la sua esperienza possa diventare sistema. “Abbiamo scelto la notte per uscire dal presentismo che ci chiude lo sguardo e guadagnare, simbolicamente, un nuovo tempo in cui poter raccontare storie di trasformazione ed evocare scenari diversi”, dice Maria Chiara Prodi, vicepresidente di Mappa Celeste, che vive a Parigi, dove è coordinatrice artistica dell’Opéra Comique.

Una maratona nottura di storie di inclusione

Tra le storie raccontate capaci di accendere luci nella notte,  c’è per esempio quella di Pasquale Corvino, progettista software che, puntando su inclusione e legalità, nel casertano si adopera per dare un lavoro dignitoso alle persone in difficoltà e quella del maestro in pensione Antonio La Cava, che ha trasformato una vecchia Ape in una biblioteca mobile con cui  porta libri ai bambini dei paesi sperduti della Lucania; c’è la storia degli Atipici Rugby, che a Bari fanno del campo sportivo un territorio di inclusione sociale, e quella di Maria Pia Gandini, che a Milano crea cori e orchestre di bambini e ragazzi in un quartiere complesso…  Ma c’è anche chi si adopera perché i figli delle coppie lgbt possano essere riconosciuti da entrambi i genitori, chi recupera un immobile del Comune in decadenza per trasformarlo in centro culturale, chi promuove l’economia dell’idrogeno verde come opportunità di auto sostentamento locale… “Nelle organizzazioni del Terzo settore, certo, ma anche nella società e nei territori c’è ormai una forte energia di trasformazione: continueremo a organizzare maratone, per fare conoscere le esperienze positive di chi sta già innovando socialmente e a creare le condizioni perché diventino sistemiche, a intrecciare contatti e legami sul territorio e proiettare sguardi verso il futuro”.

I Future Lab

Per iniziare a costruire il futuro, Mappa Celeste ha individuato un metodo molto interessante con il quale questa estate ha  lanciato i Future Lab, gruppi di incontro a cui ha partecipato un centinaio di persone, con una ampissima diversità di età, di provenienza geografica ed esperienza professionale. “Non si conoscevano tra loro e non si sono presentati con l’etichetta professionale: è incredibile come ciò abbia fatto cadere le censure e i sabotaggi in genere compiuti dall’ego”, racconta ancora la vicepresidente (che guida Mappa Celeste insieme, tra gli altri, a Sergio Sorgi, Tommaso Vitale, Ivana Pais).

“I dieci gruppi che si sono formati e che hanno lavorato on line, su Zoom, hanno applicato la metodologia, al contempo molto creativa e pragmatica, del Future Lab, ideata negli Stati Uniti negli anni Ottanta. In una prima fase, si è trattato di immaginare scenari distopici, ovvero visioni catastrofiche in cui tutto va male e fa paura, rispondendo alla domanda “Se continuiamo così dove finiremo?”: sono emerse, in particolare, paure legate alla devastazione ambientale, a una tecnologia invasiva e al controllo da parte di poche persone delle risorse del mondo oltre che, su un piano più personale, alla mancata realizzazione esistenziale di sé. Nella seconda fase, invece, i partecipanti hanno ribaltato queste storie, mettendo in campo desideri e visioni alternative che disegnassero, al contrario appunto, una realtà utopica. Quindi, in una terza fase di incontri, quella che nel metodo americano segna il passaggio dalla distopia all’utopia, ci siamo invece chiesti come potessimo agire, molto concretamente, per avvicinare il presente che viviamo al mondo che desideriamo e abbiamo, così, individuato le pratiche portate avanti dalle persone già in questa direzione. Le abbiamo chiamate semi”.

 

Questi semi portano il nome di turismo sostenibile, riscoperta della biodiversità, impresa a misura d’uomo e dell’ambiente, digitalizzazione come valore, bisogno di bellezza, benessere della persona in senso globale… “Ci ha sorpreso scoprire che questi semi sono già molti e largamente diffusi sul territorio, ma sono fragili: vanno sostenuti e fatti crescere insieme, in connessione, perché abbiano un impatto molto più forte. I temi globali oggi conquistano la nostra attenzione, ma il rischio, davanti alla loro immensa portata, è lasciarsi vincere: mettere in condivisione, invece, quello che ciascuno di noi può fare subito, ovvero le pratiche e i progetti locali che già stanno trasformando i territori, è secondo noi la via al cambiamento”.

 

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