Pink Running, la staffetta delle donne che stanno combattendo il cancro: "Lo sport è la terza medicina" - Valore Responsabile
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Ultimo aggiornamento il 15 ottobre 2020 alle 9:00

Pink Running, la staffetta delle donne che stanno combattendo il cancro: “Lo sport è la terza medicina”

Nel mese della prevenzione contro il cancro al seno le Pink Ambassador si alternano in una staffetta simbolica per correre in 14 città italiane e portare il messaggio che i tumori femminili possono essere battuti

C’è chi, dopo essere riuscita a vincere l’assalto di un tumore, reagisce con il sollievo di una ritirata privata e muta. E c’è chi, invece, no: c’è chi sente il bisogno di fare di quella malattia vinta  una bandiera per diffondere ovunque e in ogni occasione possibile il messaggio che l’assalto può essere battuto, anche da tutte le altre.

Le Pink Ambassador sono così, ambasciatrici delle possibilità oltre il tumore, al punto che per dire a tutte e a tutti che, superato l’assalto della malattia, si può perfino tornare a essere più forti di prima scendono in campo e… corrono. «La scienza ha ormai provato i benefici dell’attività fisica a tutti i livelli di prevenzione, non solo quella primaria che previene dall’insorgenza delle malattie. Secondo numerosi studi scientifici, fare movimento in modo costante nel tempo riduce il rischio di recidive e favorisce il recupero psicofisico dei pazienti oncologici», dichiarano alla Fondazione Umberto Veronesi, che ogni anno lancia il progetto Pink Ambassador, con cui seleziona e reclutata donne che sono state operate di tumore al seno, alle ovaie o all’utero e che decidono di misurarsi su una nuova sfida: allenarsi, per partecipare a una corsa di alto livello, maratona di New York inclusa.

Angela Restelli

La corsa nell’anno del Covid

Quest’anno sono 170: si sono allenate per diversi mesi in 14 città – Lockdown escluso–  seguendo un training coordinato e gestito dalla Federazione Italiana di Atletica Leggera e ora, nel mese dedicato alla prevenzione del tumore al seno, si stanno alternando in una staffetta simbolica che sta unendo l’Italia e con la quale vogliono ricordare l’importanza della prevenzione e del finanziamento alla ricerca scientifica: la prima tappa si è corsa a Milano, quindi il testimone è passato a Torino, e poi Bologna, Firenze, puntando a Perugia, Roma, Bari, Napoli, Palermo, Cagliari… “Sono stata tra le primissime del Pink is Good Running Team, nel 2014, e una moltitudine di donne è entrata, via via negli anni, nella nostra rete, diventando runner per dimostrare a tutte le donne che la malattia si può vincere, e che lo sport è un alleato pazzesco”, racconta Angela Restelli, ex insegnante di educazione fisica in pensione, a cui nel 1994 viene diagnosticato un tumore, che è seguito da un intervento di quadrantectomia, quindi nel 2006 arriva un’altra diagnosi infausta, con relativa mastectomia. E poi, ancora nel 2009 e nel 2010, metastasi al polmone e alle vertebre. “Nel 2014, piuttosto per caso, vengo a sapere che la Fondazione Umberto Veronesi cerca donne che amano la corsa per un progetto che vuole dimostrare l’efficacia dello sport per ridurre le recidive e aumentare l’aspettativa di vita. Io ero una sportiva, correvo, viaggiavo, facevo trekking. Decido: mi propongo, e loro mi prendono. È finita che pochi settimane dopo ero a New York, a correre la maratona”.

La ricerca contro il cancro

Ogni anno più di 50.000 donne si ammalano di tumore al seno,  10.000 all’utero e più di 5.000 alle ovaie. Sotto il progetto Pink is Good, la Fondazione Umberto Veronesi ha sostenuto il lavoro di molti ricercatori e continua a finanziare progetti di altissimo profilo, come lo Studio P.I.N.K., che si concentra sulla diagnostica oncologica e la medicina personalizzata per – dicono alla Fondazione – “avvicinare sempre più al 100% la quota di donne che superano il tumore al seno”. “Io oggi sto bene: dopo che mi è stata riscontrata la mestastasi, è come se una pellicola invisibile avesse avvolto ogni centimetro del mio corpo, congelandolo in quell’esatto istante. Se ho paura? Certo, molta, ma beneficio della forza che mi trasmettono anche le donne del team della corsa, con cui abbiamo stretto sintonie profondissime: il fatto di essere sopravvissute a un evento come il cancro, con le sue brutali manifestazioni – lo shock della diagnosi, poi la chirurgia, i trattamenti devastanti, il cortisone che ti gonfia… – rende la nostra relazione davvero qualcosa di molto, molto speciale. Per noi fare parte di questo team significa scegliere lo sport, la corsa, il movimento come motore di vita, ma significa anche sostenerci nei giorni della paura – quella dei controlli –, e poi non perdere mai l’occasione per scambiarci un complimento, per fare una festa, per comprarci le calze tecniche tutte uguali, così ci sentiamo ancora di più una squadra. Insomma, noi vogliamo dire a tutte, a tutti che ci sono tante nuove possibilità, oltre questa malattia. In seguito alla maratona di New York, io ho corso quella di Roma, e poi le mezze maratone di Amsterdam, di Valencia… Amo dire che lo sport è la mia terza medicina: dopo il farmaco ormonale che assumo la mattina, e un secondo che prendo per un problema alla tiroide, correre chiude il… trattamento”.

Irene Artusa

La storia di Irene Artusa

Irene Artusa, 23 anni, prossima alla Laurea in Infermieristica  all’Università Statale di Milano, è invece al debutto nel Pink is Good Running Team: “Io sono stata operata a vent’anni per un carcinoma ovarico – peraltro scoperto durante un controllo, visto che io non avevo sintomi – e quando, nella camminata tradizionale organizzata per raccogliere i fondi per la Fondazione Veronesi a cui partecipavo con mia madre, ho visto donne indossare la maglietta con il messaggio Pink Ambassador Niente ferma il Rosa piuttosto che Pink  Ambassador Niente  ferma le donne, ne sono stata immediatamente rapita. Ho voluto diventare una di loro, ce l’ho fatta e ciò mi ha permesso di conoscere donne e ragazze dalla forza immane, che corrono anche per le donne  che non riescono a farlo e per quelle che stanno combattendo oggi quel che noi abbiamo superato. Io, che sono la più giovane della squadra milanese e, chissà, forse anche di tutte le squadre, ho voluto fare la mia parte portando proprio il valore della mia età, affinché non si pensi che contribuire alla ricerca tocchi solo ai più grandi e che la prevenzione tocchi solo alle nostre madri. Voglio che la mia storia rappresenti un messaggio positivo per la mie coetanee. Oggi sono 3 anni che dal cancro ho vinto io. È una vita di controlli, timori e paure, ma è una vita ancora bellissima, anzi forse lo è un po’ di più”.

 

 

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