Martina Caironi, campionessa paralimpica e speaker motivazionale: "Ecco come ho ridisegnato la mia vita" - Valore Responsabile
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Ultimo aggiornamento il 29 settembre 2020 alle 8:15

Martina Caironi, campionessa paralimpica e speaker motivazionale: “Ecco come ho ridisegnato la mia vita”

Non le basta avere stabilito il record del mondo nei 100 metri e nel salto in lungo, avere portato a casa oro e argento alle Olimpiadi Paralimpiche, Martina Caironi è speaker motivazionale, relatrice in convegni e conferenze e, appena può, gira le scuole italiane

Tumultuosa, travolgente, generatore vivente di energia. Martina Caironi, 31  anni, star dell’atletica leggera paralimpica, è come un vascello pirata che, vento in poppa, fa incursioni in tutte le anse della vita a rubare esperienze, sperimentare avventure, conquistare nuovi territori. Non le basta avere stabilito il record del mondo nei 100 metri (nel 2015, categoria T42) e nel salto in lungo (l’anno scorso, categoria T63), avere portato a casa oro e argento alle Olimpiadi Paralimpiche (oro nei 100 metri a Londra 2012, oro nei 100 metri e argento nel salto in lungo a Rio 2016), aver vinto cinque ori e un argento ai Mondiali, cinque ori e due argenti agli Europei… Riferimento per l’intero movimento paralimpico italiano, Martina Caironi è stata portabandiera degli azzurri alle Paralimpiadi brasiliane e inviata speciale come intervistatrice, è testimonial della Fondazione Fontana Onlus, ha diverse cariche nel Comitato Italiano Paralimpico, è speaker motivazionale, relatrice in convegni e conferenze e, appena può, gira le scuole italiane a raccontare la storia di una ragazza che affronta la vita a vele spiegate e del movimento paralimpico, che sta conquistando, esattamente come lei, seguito, spazi, visibilità.

 

La incontro nell’ultima – in ordine di tempo –  avventura: una collaborazione con l’Istituto Europeo di Design di Milano, in cui lei ha portato la sua testimonianza al Design Yourself, un ciclo di conferenze sul tema della progettazione di se stessi dove ha raccontato – zero retorica e, anzi, soffi qua e là di umorismo – di come abbia voluto ridisegnare se stessa dopo aver perso la gamba in un incidente in motorino. Risultato: studenti entusiasti, al punto da averle proposto di decorare loro le protesi che lei indosserà per la gara dei 100 metri e del salto in lungo a Tokyo 2021.

© Isaac Guardado

Diventare grandi all’improvviso

 

Proposta accettata! Ho appena visto le protesi decorate dagli studenti: zebrata per i 100 metri, pop per il salto in lungo. Martina e il design, un’altra avventura…

È stato fantastico, interessante, divertente. Ridisegnarsi è un’idea che rimanda alla rinascita. E in fondo io sono nata e poi nata un’altra volta. A diciotto anni, tredici anni fa, sono stata investita, di notte, mentre tornavo da una festa in motorino insieme a mio fratello. Lui non si è fatto niente, io sì, ho perso metà gamba sinistra.

 

Nell’immediatezza dell’incidente o si soccombe o si diventa grandi in maniera veloce. Tu?

Per me è stata la seconda. Vivevo una cosa improvvisamente tragica, molto tragica, però intorno a me avevo persone, tante persone che mi amavano – la mia famiglia, i miei amici… – e comunque avevo sì la consapevolezza del pezzo che avevo perso, ma anche di quello che mi era rimasto. Credo sia l’energia dei diciott’anni: a quell’età hai forze fisiche e mentali che dopo ti scordi, hai voglia di crescere, di scoprire cosa c’è che ti aspetta… Per esempio, era da quando avevo dodici anni che dicevo ai miei genitori: quando faccio diciott’anni vado a vivere da sola!

 

E l’hai fatto?

Sì, ma tre anni dopo. A 21 anni sono partita per l’Erasmus e non sono più rientrata a casa. A quel punto avevo già vinto i Giochi Paralimpici di Londra, ero nelle Fiamme Gialle, riuscivo a guadagnare per mantenermi da sola, e così ho salutato Bergamo, la mia casa, genitori e fratelli. E sono andata a vivere a Milano.

© Isaac Guardado

Ma l’atletica leggera come arriva nella tua vita?

Volevo fare una vita normale, e correre in pista mi aiutava nello scopo. Ripensandoci ora, credo che lo facessi in modo molto naturale, e penso che lo sport mi aiutasse a riprendermi il pezzo del corpo che avevo perduto. Certo, è arrivato un punto in cui  ho realizzato che il mio corpo era forte e che non mi faceva soltanto recuperare la normalità, ma anche fare  qualcosa di straordinario. Mi faceva vincere. Anche se io sentivo che non ero ancora un’atleta.

 

Cosa vuol dire vincere e non sentirsi un’atleta?

Io non ero mentalmente un’atleta: per esempio, certe uscite la sera fino a tardi ad ascoltare musica nei locali erano davvero incompatibili con la mia crescita come atleta. E a quel punto, bisognava prendere una decisone. E io? Io mi tiro indietro? Mi sono detta: ho scoperto di avere questo talento inaspettato – inaspettato come tanto di quello che stava capitando nella mia vita, inaspettato come il mio incidente in motorino –  e non me lo gioco? Vai, buttati nella carriera di atleta, ho detto a me stessa. Il 2015 è stato l’anno della svolta: ai Campionati Mondiali di Doha ho fatto i 100 metri in 14.61 secondi, record del mondo. E nessuno è più riuscito a batterlo, neanche io.

 

E torna il tema di disegnare la propria vita. Tu hai continuato a rimodellarla per adeguarla a te e a quanto sentivi di voler fare.

Sì, è vero, credo sia stato proprio così. E infatti, da quel record ho sentito arrivarmi una grande spinta, e ho deciso di trasferirmi a Bologna, dove tuttora vivo, godendomi una città internazionale, meravigliosa, vivissima, piena di giovani, di musica, di vivacità. E non a caso qui ho incontrato Isac, cuoco messicano, che ora è mio marito. A Bologna ci ero venuta per via del fatto che vicino c’è un grande centro per le protesi, tra i migliori d’Italia, un importante punto di riferimento per gli sportivi.  La città mi ha fatto crescere perché ha cambiato lo sguardo con cui guardavo al mondo e a me stessa: a Bologna mi sono sentita completamente accettata per come ero, e mi sono accettata anch’io. Sono diventata più coraggiosa, direi, disinibita. Dopo Bologna, quando tornavo a Bergamo mi sentivo me stessa.

 

Era la protesi che portavi il problema, no?

Sì, inizialmente sì. Infatti, con le prime protesi, quelle che usavo per camminare, mi sentivo molto a disagio: le sceglievo color carne, che assomigliassero a una gamba naturale. Adesso mi godo lo shock di sceglierne una tutta nera o con colori pop o fantasie tribali disegnate sopra. E mi godo il divertimento di andare in bici o sui pattini a rotelle cambiando la modalità di azione (Martina racconta che si avvale di una app che, collegandosi al Bluetooth, consente di usare la sua protesi per il cammino in altre modalità, da quella adatta a fare Yoga a quella per il wakeboard, da quella per i pattini a rotelle a quella per la palestra).

 

Con i tuoi tecnici ortopedici hai lavorato moltissimo sulle protesi da gara, continuando ad affinarle. Un’atleta che vince e la sua protesi sono un binomio che deve sempre trovare nuovi equilibri, vero?

È verissimo: è un lavoro di aggiustamento continuo, che non finisce mai. Lasciami dire che adoro mi siano fatte queste domande sulle protesi: vuol dire che noi atleti paralimpici stiamo lavorando bene per fare conoscere quel che facciamo, e che non siamo più persone da guardare con un filo di pietà. Per un certo periodo non hanno fatto che chiedermi dell’incidente in motorino, con tutti i particolari. È un bel salto culturale, credimi. Quando vado nelle scuole a raccontare quel che faccio, i ragazzini vogliono sapere tutto sulle protesi: sono fantastici, per loro io rappresento una specie di transformer. Comunque in Italia stiamo diventato piuttosto bravi nella progettazione e realizzazione delle protesi: la Germania resta super, ma noi italiani abbiamo un livello di ricerca ed estro al top. Ci vuole studio, ma anche molta inventiva!

 

Si dovrebbe parlare di più anche delle categorie. La stragrande maggioranza delle persone accomuna i paralimpici in una unica grande categoria, quella dell’handicap. Non fa bene a nessuno, agli atleti ma neanche a chi vi segue.

Concordo, è una lacuna da coprire. A me, per esempio, dà fastidio quando scrivono che sono l’atleta paralimpica più veloce del mondo, perché chi è stata amputata sotto il ginocchio va molto più veloce di me, che sono stata amputata sopra. Ma le cose stanno cambiando, e molto velocemente. Nel 2018 sono state introdotte nuove classificazioni: io ora gareggio nella categoria T63, ovvero quella degli atleti con una amputazione sopra al ginocchio.

 

Curiosità:  cosa pensa un’atleta velocista quando è sui blocchi di partenza attendendo che lo starter spari? Vi giocate allenamenti di anni in una performance di pochi secondi…

Non c’è pensiero, c’è solo azione. In quei momenti si entra in un canale mentale che è fatto di pura contemporaneità: sei dentro quell’attimo, punto.

 

Qual è stata la tua vittoria più bella?

Londra perché inaspettata, Rio perché sofferta, e dunque ancora più bella. A Rio, già arrivavo da tre mesi di infortunio già alla partenza sentivo che c’erano problemi con la protesi. Per fortuna è andato tutto bene

A un certo punto,  già prima di scendere in pista sento di avere alcuni problemi con la protesi: mi metto sui blocchi di partenza piuttosto preoccupata: e infatti, in gara, a metà rettilineo, avverto chiaramente che le due parti stanno perdendo aderenza. Fortunatamente è andato tutto bene! Al traguardo ho pianto ininterrottamente per venti minuti.

 

Martina, hai ricordato prima che vai nelle scuole a parlare di te e del movimento paralimpico. Qual è la prima motivazione?

Quando ho stabilito il primo record italiano ero, praticamente, senza avversarie. Avrei potuto sentirmi senza meriti; in realtà con quello che facevo stavo iniziando a solcare una strada che nessuno aveva solcato prima. Se vado nelle scuole e conquisto l’attenzione e l’empatia dei ragazzini raccontando la mia storia e il movimento paralimpico sento di aprire delle strade a chi, oggi e domani, in un modo o nell’altro ne farà tesoro.

 

Ma hai già capito dove sarai tra qualche anno?

Il prossimo anno a Tokyo, ovvio, per i Giochi Paralimpici che dovevano tenersi quest’anno e che, invece, sono stati rimandati a causa del Covid. Poi, si vedrà: perlustro nuove strade, procedendo per tentativi ed errori.

 

Procedere per tentativi ed errori: è come se avessi messo a fuoco un metodo di vita. È così?

Sì, è così: è il mio modo di capire cosa andrò a fare nelle prossime tappe. Per esempio, ora ho appena finito un corso di speaker radiofonico. Mi son detta: lo faccio, vedo se mi piace. E mi piace. Agendo così sento che sto andando a conoscere quel che non so e sto esplorando i miei limiti. Per esempio, non ho ancora capito come userò la mia laurea (sta studiando alla Facoltà di Lingue, Culture e Mercati dell’Asia dell’Università di Bologna), perché non ho trovato ancora un punto di contatto con lo sport.

 

Cosa dici dei Giochi Paralimpici 2024? Ci sarai?

Conto di esserci – del resto lo sport paralimpico è molto longevo -,  così come conto di chiudere la mia carriera da campionessa. In mezzo vorrei fare un figlio: in tre anni, ce la si fa.

 

Tu, che sei una role model, guardi a qualcuno in particolare per progettare nuovi traguardi?

Ora guardo a Kim Collins, velocista centro-americano che a 44 anni è ancora sulla pista e che qualche anno fa, quando lo avevo incontrato, mi aveva regalato il suo pettorale. Lui sì che non molla!

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