Il lavoro delle donne migliora la società. L’esperienza di Roberta Ventura founder di SEP Jordan che dà speranza a 500 rifugiate - Valore Responsabile
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Ultimo aggiornamento il 25 settembre 2020 alle 10:09

Il lavoro delle donne migliora la società. L’esperienza di Roberta Ventura founder di SEP Jordan che dà speranza a 500 rifugiate

Tre donne che vivono in tre parti del mondo diverse si sono incontrate grazie a SEP Jordan. Ecco la storia di Roberta che ha cambiato la vita a 500 rifugiate

Questa storia ha per protagoniste 3 donne che vivono in tre capi opposti del Mondo e che hanno in comune il senso del business, una grande attenzione al prossimo e l’idea precisa che partendo dal lavoro delle donne si può migliorare il benessere della società in cui si vive.

La prima di queste tre donne è Roberta Ventura, 47enne ex consulente finanziaria e fondatrice della startup SEP Jordan. “Ho passato 20 anni della mia vita a fare donazioni per aiutare i profughi.- ci dice –  Poi sono stata volontaria in un campo. Ho parlato direttamente con la gente e non sono persone che attendono una soluzione. E’ il lavoro che gli manca, l’avere qualcosa che li faccia sentire utili e, mano a mano, indipendenti, per crearsi una nuova vita senza dover aspettare e dipendere da nessuno”.

La seconda è Nawal Mohammad Arada, 51enne palestinese nata e cresciuta nel campo profughi “Gaza” di Jerash (Gerasa in italiano) in Giordania e che ha trovato lavoro grazie a Roberta. “Il lavoro è fiducia, sicurezza, speranza e legame. Il lavoro è forza, tenacia, energia positiva, esperienza e denaro. Per cui, quando una donna può guadagnarsi da vivere con un lavoro onesto, viene rimossa dal quadro della solitudine e della malattia. Una donna DEVE lavorare.”

La terza è Paula Pellerito, nata in Brasile e oggi sposata con un uomo italiano e residente in Italia che è una client ambassador della startup di Roberta che ha fatto conoscere la startup attraverso i social e che compra molto spesso i manufatti realizzati da Nawal.“Io non sono una profuga, ma sono un’emigrata e penso a quanto sono stata fortunata ad essere nata nel mio paese nonostante le difficoltà e, da lì, aver avuto un’esperienza di emigrazione che non ha previsto la persecuzione. Sono quindi molto vicina a chi ha avuto un’esperienza simile alla mia ma ancora più critica. Queste persone non hanno bisogno solo di aiuto, ma di un progetto di vita”.

 

Che cosa fa SEP

SEP nasce dalla volontà di Roberta di far fruttare le sue competenze professionali per creare business per sé e per gli altri: partendo da materiali di alta qualità made in Italy come tessuti di seta, cachemire e lino, utilizza la tradizionale arte del ricamo palestinese per produrre a mano capi con fantasie originali che raccontano storie personali. Le artiste sono tutte donne profughe del Campo “Gaza” di Gerasa, in Giordania. Roberta si è sempre interessata alla condizione e ai bisogni dei rifugiati nel mondo. La scelta di creare un’azienda che aiutasse i profughi è stata quindi immediata.

“La condizione di “profugo” spesso non è momentanea. Lo stesso Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU ha riconosciuto che mediamente questa situazione permane per circa 17 anni nell’arco di una vita. Ho capito subito che gli aiuti in denaro sono fondamentali nei primi anni, ma una persona non può vivere in stato di emergenza per 17 anni della propria vita!”

Ciò che Roberta ha capito con occhi esterni combacia con l’esperienza vissuta da Nawal, che infatti è nata e cresciuta nel campo profughi.

“Sono nata nel 1969, ma i miei genitori erano arrivati al campo “Gaza” di Gerasa già due anni prima della mia nascita, nel 1967. Erano parte di tutta quella popolazione palestinese che viveva nei territori che sono stati interessati dalla guerra israelo-egiziana dei sei giorni di fine anni ’60. La mia famiglia è originaria di Be’er Sheva (Israele, N.d.R.) e a pochi chilometri da noi si combatteva la guerra a Rafah, nella Striscia di Gaza (oggi Palestina, N.d.R.). Da qui il nome del campo di Gerasa. Il campo è la mia casa. Ho viaggiato prima per seguire il lavoro di mio padre (Professore di Storia nei licei Libici) e poi, dopo il mio liceo e la mia laurea, sono andata in Arabia Saudita a insegnare e fare da preside in piccole scuole nel deserto. Sono tornata al campo nel 1997 senza più lavoro, obiettivi personali e quindi anche senza prospettive e speranza.”

 

Parlando con Nawal si capisce che la condizione di profugo non è quella di una persona che rimane in attesa di essere “salvata”, ma di una persona che suo malgrado ha dovuto mettere in pausa la sua vita per cause di forza maggiore, ma che non vede l’ora di poter riprendere in mano le redini del suo destino.

 

“Sai, in una condizione di normalità di solito noi donne lavoriamo fino a quando i membri della famiglia, che possono arrivare anche a 15, non diventano troppi. Dopo, gestire l’educazione e l’organizzazione di una casa e i suoi flussi finanziari riesce a colmare l’assenza di un lavoro. A portare i soldi a casa ci pensa di solito l’uomo. Quando però sei in un campo profughi ci sono talmente tanti cavilli burocratici che diventa difficile per l’uomo poter lavorare. Di conseguenza una donna non può più gestire le economie della famiglia. L’uomo poi, non potendo sentirsi “utile” al mantenimento del nucleo famigliare si ammala: diventa depresso o nervoso e spesso anche furioso e violento. E a farne le spese, spesso, sono proprio le donne che per un circolo vizioso non sono poi nemmeno indipendenti economicamente da potersi allontanare. Senza lavoro non si è libere.”

Durante la sua esperienza come volontaria nel campo “Gaza” di Gerasa, Roberta ha avuto modo di rapportarsi con decine e decine di storie come quella di Nawal.

“Più andavo in giro a chiedere di cosa ci fosse realmente bisogno e più la gente, uomini o donne che fossero, mi dicevano che non volevano essere aiutati, ma volevano lavorare. Oramai dopo anni ed anni nel campo era chiaro a tutti che quella sistemazione non sarebbe più stata momentanea e non volevano vedere la propria vita scorrergli davanti.

 

E’ a quel punto che hai deciso di fondare SEP Jordan, Roberta?

“Non ancora: a quel punto la ONG con cui mi ero recata a Gerasa mi chiese di sostenere finanziariamente un progetto formativo nel doposcuola. Già sapevo cosa pensavano le ragazze di ulteriori corsi di formazione e così ho detto alla ONG che avrei sostenuto il progetto a due condizioni: la prima era che dovevo essere io il Project Manager, la seconda che non volevo che il progetto fosse della ONG ma che fosse un’impresa sociale privata. Dal 2014 al 2016 siamo andati avanti così. Nel 2017 siamo diventati un’azienda a tutti gli effetti e io mi ci sono dedicata al 100%”.

 

Dev’essere stata un’impresa colossale e piena di difficoltà…

“Onestamente? No. Quando si parla di estero, di paesi in via di sviluppo, di rifugiati, ci si immagina subito un mondo pieno di complicazioni. La verità è che se si ha una buona idea, progettualità e un punto di appoggio iniziale, è tutto fattibile. E’quello che viene dopo ad essere complicato! E in primis la logistica e la burocrazia import/export della dogana giordana! Ci sono state volte che per sdoganare i materiali abbiamo dovuto aspettare sei mesi…”

 

Qual è l’innovazione di SEP Jordan?

“La prima è la flessibilità organizzativa: la struttura conta solo quattro dipendenti fissi divisi fra Giordania e Svizzera e tutti gli altri sono freelance o agenzie di consulenza. Il secondo è la capacità di prendere un talento tradizionale esistente e dargli valore commerciale internazionale. Abbiamo coinvolto fornitori del Made in Italy Fashion di altissimo livello che sono diventati nostri fedeli partner, abbiamo fornito macchinari di precisione e tessiti di alta qualità alle artiste, e i prodotti finali, pur mantenendo lo stile tradizionale, oggi incontrano i gusti di un pubblico medio/alto spendente del mondo cosiddetto industrializzato.”

 

Quante donne lavorano come artiste del ricamo a Gerasa?

“Oltre 500 ma non riusciamo ancora a occuparle full time e inoltre sono ancora poche rispetto a quante ci fanno richiesta di collaborare. Oltre alle artiste abbiamo tre dipendenti fissi in Giordania, tutti profughi.”

  

Cosa ne pensano le altre donne del campo di SEP Jordan?

“Ogni giorno riceviamo richieste di collaborazione. Purtroppo non possiamo ancora dar lavoro a tutte. Spero tanto che SEP possa crescere. Le altre signore mi ringraziano, mi dicono che se non fosse stato per me non avrebbero potuto conoscere una realtà così. Io sono lusingata e fiera, sento che i miei doveri e le mie responsabilità nei confronti della comunità sono sempre più alti ed è mio compito lavorare per essere sempre all’altezza delle aspettative. Questo mi fa sentire di avere grandi obiettivi giorno dopo giorno”.

 

Roberta, ma come fate a pagare più di 500 donne? Ed in Giordania!

“L’ho detto: la logistica è stata la vera difficoltà! Il Covid però, che come a tutti ci ha dato una bella frenata al business, ci ha dato anche modo di sperimentare con successo delle alternative ancora più flessibili di pagamento. Nei campi profughi tutti hanno uno smartphone: qui costano poco, come anche gli abbonamenti e rappresentano l’unico canale per tenersi in contatto con i parenti sparsi per tutto il mondo. Ebbene: considerato che non potevamo far uscire le signore dalle loro abitazioni per prendere lo stipendio, ma loro potevano continuare a lavorare da casa, abbiamo deciso di pagarle attraverso un’app mobile wallet. In questo modo non solo hanno ricevuto i soldi in tempo, ma è anche tutto completamente tracciato. Mi chiedevi dell’innovazione, ecco, delle 500 signore che lavorano con noi solo 100 non avevano lo smartphone. Grazie ad un’iniziativa del Governo Centrale Giordano, è stato indetto un corso di utilizzo smartphone con test finale. 68 di loro l’hanno passato e quindi riceveranno sia lo smartphone sia la scheda gratis dal governo e poi proseguiranno con il corso che insegnerà loro ad utilizzarlo in maniera più approfondita.”

 

 

Ma quali sono i programmi per il futuro?

“Vorrei arrivare al primo milione di vendite così da riuscire ad occupare full time tutte le 500 artiste che già collaborano con noi e renderle completamente autonome.”

 

Una delle lavoratrici è proprio Nawal come ci racconta:

“Si, lavoro in SEP dal 2013. Sono tornata al campo nel 1997 dopo la mia esperienza come professoressa in Arabia Saudita. Fino al 2010 ho fatto la casalinga. Non avevamo introiti. Mi sentivo persa, senza futuro, non sapevo cosa stavo facendo e dove stavo andando. Nel 2010 allora ho deciso di prendere parte alle attività di volontariato del campo. Nel 2013 scopro SEP e incomincio come ricamatrice, come tutte. Avevo i miei obiettivi, i miei progetti, potevo organizzarmi il lavoro mentre mantenevo la casa e la famiglia! Finalmente ciò che prima vivevo come un ostacolo, in quel momento diventava una sfida da risolvere, anche se non ero più una ragazzina! E oggi mi sento ancora più forte! Ho costruito da zero la mia casa nuova, dove ho cresciuto e allevato da sola la mia ultima figlia e adesso sono la persona di riferimento per la mia famiglia di sei figli e due nipoti! E adesso Roberta mi ha anche lasciato l’organizzazione generale del Laboratorio.”

 

 E Paula, una delle client ambassador di SEP Jordan, perché hai scelto proprio questo brand?

“Ho conosciuto SEP tramite un’amica che l’ha notato seguendo sui social il leader dei Pink Floyd Roger Walters, che si è innamorato dei loro prodotti. Ho iniziato comprando una kefiah. Mi è piaciuta molto e ho continuato, così ho scritto al customer care per complimentarmi e lì mi ha risposto direttamente Roberta! Lei ti racconta tutto, come è nato il progetto, come si è sviluppato, la storia delle donne. Insomma, lo tocchi con mano. Ho fatto altri ordini e alla fine sono praticamente diventata una di famiglia! Ho parlato anche con altre ragazze dell’organizzazione, mi fido di come è strutturato il tutto, so che le artiste sono pagate, i prodotti sono buoni e belli: io li regalo sempre ai compleanni e a Natale a tutti i miei amici e faccio sempre una bella figura! Non solo: anche se non sono un’influencer di professione, li posto sempre sui miei social network: mi fa piacere che si conoscano i loro prodotti e mi sento in qualche modo parte del progetto.

Sai, io continuo a fare donazioni per ONG ed associazioni: i soldi sono l’unica cosa che serve davvero in caso di emergenza. Ma ad emergenza finita serve un progetto di vita, non puoi stare a guardare la tua vita che scorre. Non è umano. La differenza che mi ha portato a sposare SEP, oltre alla qualità dei prodotti, è che non danno aiuti ma creano lavoro. Lavoro per le donne. E questo è quello che mi ha colpito di più.”

 

Paula è brasiliana, vive in Italia, ma conosce SEP grazie ad un’amica inglese. Roberta, SEP è nata da subito per il mercato globale?

“Assolutamente sì, non aveva senso per noi focalizzarci sull’Italia o sulla Svizzera. Abbiamo due magazzini: uno a Ginevra che distribuisce in Europa e nelle Americhe e uno in Giordania per il Middle East, l’Asia e l’Oceania. Abbiamo richieste da tutto il mondo, ma i mercati principali al momento sono Svizzera e Inghilterra.

 

Avete anche personaggi illustri fra i vostri clienti appassionati vero?

“Si e sono per noi di grandissimo aiuto. Parlano di noi attraverso i blog dei loro siti personali, postano foto sui social con i nostri prodotti e ne parlano, così raggiungiamo un pubblico più ampio di quanto sia possibile con le nostre attività di marketing. Per questo ringrazio Roger Walters dei Pink Floyd, Bianca Balti, Elisa Sednaui e Joanna Maggi”.

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