Il rider, l'infermiera, il tassista. I 57 nuovi Cavalieri sono cittadini che si sono presi cura degli altri - Valore Responsabile
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Ultimo aggiornamento il 4 giugno 2020 alle 18:21

Il rider, l’infermiera, il tassista. I 57 nuovi Cavalieri sono cittadini che si sono presi cura degli altri

Il Presidente Mattarella ha nominato Cavaliere al Merito della Repubblica 57 donne e uomini che durante l'epidemia si sono presi cura degli altri

Ci circondano storie grandiose di uomini e donne comuni che resterebbero invisibili e segrete se, un giorno, all’improvviso non arrivasse un gesto solenne a rivelarle: è successo a Fabiano di Marco, primario, Elena Pagliarini, infermiera (ricordate? È la donna  stramazzata sulla tastiera del pc, in una foto notturna assurta a simbolo degli ospedali-trincee), ma anche a Riccardo Emanuele Tiritello, studente e Alessandro Bellantoni, taxista, e ad altri 53 donne e uomini che Sergio Mattarella ha insignito di un grande valore, l’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica. E la motivazione è semplice e grandiosa, come i loro gesti: questi sono gli italiani che si sono premurati, mentre il Covid-19 picchiava più duramente, per persone che non conoscevano, italiani che, ciascuno a modo suo, hanno compiuto azioni assolute di cura, sollecitudine, delicatezza verso i più vulnerabili.

Piccoli gesti con grandi significati

Le storie di dottori e dottoresse, infermieri e infermiere mobilitati giorni e notti negli ospedali  e diventate anche figure iconiche della pandemia sono ora affiancati da quelle inedite dei cittadini e delle cittadine comuni. C’è  Riccardo Emanuele Tiritello, studente milanese che, insieme al padre e al nonno, proprietari di una gastronomia, hanno preparato pranzi gratuiti per i medici dell’Ospedale Sacco; c’è Irene Coppola che, di tasca sua, ha realizzato migliaia di mascherine, cucendole  a mano, una per volta, perché solo così – racconta –  riusciva a tenere a bada, uno a uno, tutti i suoi incubi. C’è Alessandro Bellantoni, che ha fatto volare il suo taxi per 1300 kilometri lungo lo stivale pur di portare una bimba all’ospedale dove la aspettavano per un controllo oncologico e c’è Giacomo Pigni, volontario di un Auser , che appena ha annusato che troppi anziani  soli erano rinchiusi nelle case, ha convinto una squadra di ragazzi a impugnare i cellulari per regalare loro chiacchiere e battute. E poi ci sono le storie di resistenza di chi, pur molto malato, ha cercato di fare la sua parte per curare la malattia degli altri, come Pietro Floreno, diagnosi di Sla, che ha voluto mettere a disposizione dei pazienti per Corona Virus il suo ventilatore polmonare di riserva, o le storie di resistenza di Maurizio Magli, operaio della Tenaris di Dalmine, e dei suoi 30 colleghi che hanno volontariamente continuato a lavorare pur di portare a termine la produzione di 5000 bombole per l’ospedale in debito di ossigeno.

Far rinascere il Paese passando dalla “cura”

Filosofi e sociologi sono convinti che occorrerà necessariamente aggiungere la “cura” accanto agli strumenti straordinari già messi in campo per contrastare gli effetti di questa sciagurata pandemia. Dove cura sta per sollecitudine, interesse, responsabilità, empatia di ciascuno verso ciò che ci sta intorno, alberi, aria, persone che siano. La cura come leva per fare rinascere il Paese? Del resto, gli  effetti sociali dei gesti di cura non hanno neanche più bisogno di essere indagati, tanto sono forti e conclamati: lo sanno i sei milioni e mezzo di italiani volontari impegnati nelle piccole o grandi azioni di cura e i tanti, tantissimi italiani che ne beneficiano. II punto è che “prendersi cura” genera anche negli individui che lo fanno – dicono gli studiosi – benefici potenti, come sentimenti di fierezza, autostima, appartenenza. Lo racconta bene senza dirlo un altro dei campioni della società civile ora Cavaliere al Merito della Repubblica, Mahmoud Lufti Ghuniem, un ragazzo libanese che fa il rider a Torino e che un bel giorno si è presentato alla Croce Rossa della sua città con un gran carico di mascherine da offrire in dono, tutte comprate a caro prezzo, visto gli erano costate la metà dello stipendio. Quando gli hanno chiesto perché avesse fatto un gesto così importante e così costoso, ha risposto che era per fare del bene al suo Paese, cioè all’Italia. Che il lavoro (il suo) era molto importante per lui, che il denaro (il suo) era cruciale per vivere, ma che la salute (anche quella degli altri) valeva molto, ma molto di più. Aggiunge che adesso vuole iscriversi all’università per diventare infermiere, e del resto era il mestiere che faceva quando ancora viveva in Libano. Come dire, un gesto di cura è un motore potente proprio per tutti, anche quando è piccolo e leggero come una mascherina.

 

In questi mesi su Valore Responsabile vi abbiamo raccontato le storie di chi in tempo di emergenza non si è tirato indietro e ha fatto tanto per gli altri. Associazioni, singoli cittadini, aziende e startup. Queste persone hanno lasciato un segno tangibile in molti di noi. Continueremo a raccontarli perché se inizia una fase nuova, la cosiddetta fase tre, non smetteremo di aver bisogno di loro né loro smetteranno di farci conoscere con esempi tangibili il significato di parole come inclusione e responsabilità.

 

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